L’accertamento preventivo della stabile organizzazione in Italia di soggetto estero nella procedura denominata “ruling internazionale”​

Le imprese estere che si approcciano al mercato Italiano, si trovano spesso nella condizione di non avere chiaro se, il complesso delle attività svolte in Italia, possono integrare il concetto di “stabile organizzazione” del soggetto estero ai sensi dell’art. 162 del Testo unico delle imposte dei redditi e del modello OCSE.

In tal caso può soccorrere il procedimento cosiddetto “Ruling Internazionale”, previsto dall’art. 31-ter del DPR 600/73, che si sostanzia nell’avvio di un procedimento in contraddittorio con l’amministrazione finanziaria, nell’esercizio precedente a quello in cui si intende iniziare l’attività in Italia, per verificare la sussistenza o meno dei requisiti che configurano una stabile organizzazione situata nel territorio dello stato.

La procedura inizia con la presentazione di un’istanza in carta libera da inviare all’Ufficio Accordi Preventivi e controversie internazionali dell’Agenzia Delle Entrate, che deve contenere gli elementi previsti dai punti 2.3 e 2.8 del Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate n. 42295/2016.

Dopo l’inoltro dell’istanza, l’ufficio ricevente valuta l’ammissibilità della stessa e, qualora ne ricorrano le condizioni, ne dichiara l’ammissibilità o, negli stessi termini, ne dichiara l’improcedibilità nel caso in cui l’amministrazione finanziaria non sia messa nelle condizioni di verificare i requisiti previsti dal punto 2.3 del citato Provvedimento, assegnando all’istante un termine non inferiore a 30 giorni per l’inoltro di eventuali integrazioni; nel qual caso i trenta giorni per valutare l’ammissibilità dell’istanza decorrono dalla ricezione della documentazione integrativa.

Se l’istanza non contiene gli elementi di cui al punto 2.3 del Provvedimento o non siano fornita nei termini concessi la documentazione integrativa, viene dichiarata inammissibile.

Dopo la fase preliminare su descritta inizia il procedimento vero e proprio, della durata complessiva di 180 giorni, che si articola in altre due fasi: La fase documentale e la fase operativa.

Durante la fase documentale l’ufficio invita il contribuente a comparire per mezzo del legale rappresentante o di un procuratore, sia per verificare la completezza delle informazioni fornite e sia per formulare eventuale richiesta di ulteriore documentazione e di definire i termini di svolgimento del procedimento in contraddittorio.

Sempre durante la fase documentale, l’ufficio svolge l’istruttoria sulla base dei dati e delle informazioni disponibili.

Successivamente, durante la fase operativa, l’Agenzia delle Entrate effettua degli accessi, in accordo con l’istante, nei luoghi di svolgimento dell’attività del medesimo, al fine di “prendere diretta cognizione di elementi utili ai fini istruttori” e quindi sostanzialmente al fine di stabilire se effettivamente sussistono o meno i requisiti di “stabile organizzazione”.

Al termine della procedura può essere raggiunto un accordo con l’ufficio, che è vincolante per le parti a partire dall’esercizio di validità dell’accordo e per i quattro successivi.

E’ bene sottolineare che la suesposta procedura non è obbligatoria, nel senso che non è propedeutica all’avvio di una attività in Italia da parte di un soggetto estero, ma serve a scongiurare, nei casi dubbi, le eventuali conseguenze negative di un accertamento sfavorevole da parte dell’Agenzia Delle Entrate.

Il Ruolo del commercialista italiano nel procedimento di “ruling internazionale” è senz’altro cruciale poiché oltre a coadiuvare l’impresa estera nella presentazione dell’istanza e nelle fasi successive, può essere il domiciliatario di eventuali comunicazioni dell’Agenzia Delle Entrate

Diego Torresi

Per gli immobili in subaffitto non si applica l’art. 90 del TUIR

Il ns. studio é stato recentemente destinatario di una giusta presa di posizione dell’Agenzia delle Entrate, con riguardo agli immobili abitativi di cui l’impresa é titolare di un contratto di affitto, successivamente poi concessi in subaffitto.
Nonostante alcuna parte della dottrina abbia ritenuto che in tal caso si rendesse applicabile l’art. 90 del tuir, e pertanto non fossero deducibili dal redditto d’impresa tutti i componenti negativi di reddito riferibili all’immobile (canoni di locazione, spese di ristrutturazione), l’agenzia delle entrate ha giustamente ritenuto che nel caso di immobili nel caso in specie il relativo reddito deve essere determinato nei modi ordinari.
Questo perché l’art. 90 del tuir, richiamando le disposizioni del capo II del titolo I del tuir, esplicitamente fa rientrare nel campo di applicazione del medesimo articolo soltanto gli immobili per i quali sussiste un diritto di proprietà, enfiteusi, usufrutto o altro diritto reale.
L’interpello fa il punto sulla deduzione delle spese di ristrutturazione su beni di terzi, facendo riferimento ai principi contabili nazionali.
Risposta istanza di interpello

L’impresa familiare, uno strumento di pianificazione fiscale (e previdenziale) – Parte 2

La volta precedente abbiamo accennato all’istituto dell’impresa familiare attribuendo ad esso un’innegabile mezzo di pianificazione fiscale e previdenziale della famiglia.

Come sappiamo l’imposizione fiscale è informata a criteri di progressività dell’imposta, ragion per cui più è alto il reddito e tanto maggiore sarà l’aliquota per scaglioni di reddito.

L’impresa familiare può risultare vantaggiosa per mitigare la progressività dell’imposta a parità di reddito in quanto l’art. 5 comma 4 del tuir, dispone che “  i redditi delle imprese familiari…..omissis…limitatamente al 49% dell’ammontare risultante dalla dichiarazione dei redditi dell’imprenditore, sono imputati a ciascun familiare che abbia prestato in modo continuativo e prevalente la sua attività di lavoro nell’impresa, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili”.

Pertanto quando un familiare partecipante all’impresa familiare sia privo di altri redditi se non quello derivante dalla partecipazione all’impresa medesima, egli senz’altro partecipa ad abbattere l’imposizione complessiva del reddito dell’impresa familiare; infatti il reddito viene suddiviso fra i partecipanti, abbattendo quindi la progressività dell’imposta.

Dal punto di vista previdenziale il familiare partecipante all’impresa, nel caso di attività di commercio o artigiana, deve essere iscritto alla gestione inps della categoria di appartenenza, garantendosi quindi una copertura previdenziale.

I contributi previdenziali tra l’altro costituiscono oneri deducibili dalla dichiarazione dei redditi del titolare dell’impresa se egli non ha esercitato la rivalsa, o altrimenti nella dichiarazione dei redditi del familiare collaboratore se invece il titolare abbia esercitato la rivalsa.

 

L’impresa familiare, uno strumento di pianificazione fiscale (e previdenziale) – Parte 1

L’impresa familiare è un potente strumento a disposizione dell’imprenditore per pianificare, legittimamente, l’imposizione fiscale “familiare” e perché no, anche uno strumento per pianificare il futuro previdenziale della famiglia.

L’art 230 bis che disciplina l’impresa familiare non ne offre una particolare definizione, ma stabilisce soltanto che il familiare che “presta  in modo continuativo la sua attività di lavoro,   nella famiglia  o nell’impresa familiare ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato”; se ne deduce che si ha un’impresa familiare a prescindere da qualsiasi formalità di costituzione, ma con il semplice “comportamento concludente”, ovvero é sufficiente  per la sua sussistenza che un familiare presti l’attività  in modo continuativo nell’impresa.

Per familiare deve intendersi il coniuge, i parenti entro il terzo grado (in linea retta genitori, figli nipoti e pronipoti, in linea collaterale zii, fratelli e nipoti)  e gli affini entro il secondo grado (suoceri, nuore, generi e cognati).

Secondo la dottrina e la giurisprudenza maggioritaria, l’impresa familiare mantiene lo status di impresa individuale, e pertanto i familiari collaboratori non hanno né gli stessi diritti, né gli stessi obblighi e responsabilità dei soci delle società personali; pertanto è da escludere che un familiare dell’imprenditore possa essere ritenuto responsabile per i debiti contratti da quest’ultimo.

Per motivi squisitamente tributari, ovvero per fare in modo che agli occhi del fisco l’impresa familiare acquisti valenza anche tributaria, è necessario che la sua costituzione avvenga mediante “atto pubblico o scrittura privata autenticata anteriore all’inizio del periodo d’imposta”.

Prossimamente vedremo i vantaggi fiscali di questo istituto ed anche che cosa si intende per pianificazione previdenziale.

La detraibilità dell’iva – Un concetto apparentemente semplice parte 3

Nei precedenti articolo si é trattato del tema riguardante l’esercizio del diritto alla detrazione dell’iva ed ora é il caso di terminare l’argomento, procedendo ad esaminare i termini di registrazione delle fatture.

Riepilogando brevemente quanto precedentemente trattato, abbiam odetto che la detraibilità dell’iva presuppone che:

  • l’imposta è divenuta esigibile
  • si é nel possesso materiale del documento.

Il termine di registrazione della fatture é stabilito dall’art. 25 del DPR 633/72 che lo individua nella scadenza del termine di presentazione della dichiarazione iva relativa all’anno di ricezione della stessa.

Poniamo il caso che un contribuente abbia ricevuto una fattura nel 2018 che riguardi un’operazione iva divenuta esigibile nel 2017. In tal caso il contribuente può esercitare il diritto alla detrazione iva nel 2018 (anno in cui, detto contribuente, ha il possesso materiale della fattura); se, detto contribuente non ha registrato la fattura nel 2018, computandola nelle liquidazioni periodiche nell’anno, potrà registrarla al più tardi entro il 30.04.2019 ma in tal caso, come precisato dalla Circolare ADE N.1 del 17.01.2018, la registrazione dovrà avvenire in un’apposita sezione iva relativa a  tutte le fatture ricevute nel 2018.

La stessa circolare afferma che é possibile adottare altre soluzioni informatiche rispetto alla registrazione delle fatture in un apposito sezionale, ” a condizione che le stesse garantiscano tutti i requisiti per una corretta tenuta della contabilità”.

 

la detraibilità dell’iva, un concetto apparentemente semplice – parte2

In un precedente contributo ho affrontato il tema dell’esigibilità dell’iva, ovvero il momento a partire dal quale l’iva diviene:

  • escutibile da parte dell’erario nei confronti del soggetto che ha effettuato l’operazione;
  • detraibile da parte del soggetto nei confronti del quale l’operazione è stata effettuata.

Definito il dies a quo  dal quale nasce il diritto alla detrazione dell’iva, occorre stabilire entro quale termine detto diritto può essere esercitato.

A norma dell’art. 19 del DPR 633/72 il diritto alla detrazione dell’iva può essere esercitato “al più tardi” nella dichiarazione relativa all’anno in cui il diritto è sorto.

Si è già detto che comunque per esercitare il diritto alla detrazione dell’iva occorre possedere materialmente la fattura e pertanto, per fare un esempio pratico, possiamo immaginare le seguenti casistiche:

  • Iva divenuta esigibile nel 2017 e fattura ricevuta nel 2017, il diritto alla detrazione dell’iva deve essere esercitato entro il 30.04.2018 (scadenza della dichiarazione iva);
  • Iva divenuta esigibile nel 2017 e fattura ricevuta nel 2018, il diritto alla detrazione deve esercitato entro il 30.04.2019.

Quanto suddetto è la posizione dell’Agenzia delle Entrate espressa nella circolare 1/2018 in accordo con le disposizioni normative dell’Unione Europea.

Conviene ricordare un piccolo particolare che riguarda il caso della procedura di regolarizzazione che deve essere eseguita , per evitare le sanzioni,  dal soggetto cessionario o prestatore che, a fronte di una operazione iva  eseguita nei propri confronti, non ha ricevuto la fattura o la fattura risulta irregolare.

Il malcapitato contribuente a norma dell’art. 6 comma 8 del D.lgs. 471/1997, se non ha ricevuto la fattura entro quattro mesi dall’effettuazione dell’operazione, deve entro il 30 giorno successivo:

  • Emettere un’autofattura in duplice copia contenente le indicazioni prescritte dall’art. 21 DPR 633/72;
  • Procedere al versamento dell’imposta o della maggiore imposta con il modello F24;
  • Presentare la fattura e la copia del versamento al competente ufficio dell’Agenzia.

Se invece ha ricevuto una fattura irregolare (ad es. un ‘operazione “sottofatturata”) deve, entro il trentesimo giorno successivo alla registrazione, eseguire le fasi di emissione dell’autofattura, versamento dell’iva e presentazione della fattura all’ufficio competente  prima viste.

Pertanto nel caso in cui  un soggetto, a fronte di un’operazione iva effettuata nel 2017 che non è stata fatturata o è stata fatturata irregolarmente, ha eseguito la regolarizzazione nel 2017, potrà nel medesimo anno  detrarre l’iva pagata, mentre se la regolarizzazione è stata eseguita nel 2018, solo in quell’anno potrà detrarre la relativa iva-

La prossima volta verrà affrontato il tema della registrazione delle fatture.

la detraibilità dell’iva, un concetto apparentemente semplice – parte 1

Il DL 50/2017 ha modificato le regole di detraibilità dell’iva e di registrazione delle fatture di acquisto e la circolare dell’Agenzia Delle Entrate N.1 del 17.2.2018 h cercato di fare un pò di chiarezza.

In questo breve contributo vediamo in particolare quando nasce il diritto alla detrazione dell’iva .

Anzitutto occorre precisare che l’imposta sul valore aggiunto é un imposta “armonizzata” nell’unione europea e pertanto le norme nazionali devono essere conformi alla disciplina comunitaria.

I principi fondamentali che regolano il diritto alla detraibilità dell’iva si rinvengono nell’art. 167 e 168 della direttiva 2006/112/CE che si possono così sintetizzare:

1.Il diritto alla detrazione dell’iva sorge quando l’imposta diviene esigibile. Per esigibilità dell’imposta si intende il momento a partire dal quale l’erario possa far valere, nei confronti del debitore,  la sua pretesa al pagamento, anche se detto pagamento possa essere differito .

il dies a quo a partire dal quale l’imposta diviene esigibile, dipende dalla natura delle operazioni sottostanti, ovvero, salvo casi particolari, nelle seguenti circostanze:

– Nel caso di cessione dei beni all’atto della spedizione o della consegna degli stessi; se comunque, antecedentemente alla consegna o alla spedizione, sia stato pagato in tutto o in parte il corrispettivo o sia stata emessa la fattura, l’operazione si considera effettuata per la parte pagata o fatturata.

– Nel caso di prestazioni di servizi, all’atto del pagamento del corrispettivo in tutto o in parte (acconti sul prezzo); anche qui se antecedentemente al pagamento sia stata emessa comunque la fattura, l’operazione si considera effettuata per la parte fatturata.

In tutti i casi anzidetti l’imposta diviene “esigibile” ovvero l’erario può pretendere verso il debitore (ovvero verso il cedente o il commissionario ) il pagamento dell’imposta, e l’imposta diviene anche detraibile da parte del cessionario o del committente.

2.  il diritto alla detrazione dell’iva compete nella misura in cui i beni e i servizi sono impiegati ai fini di sue operazioni seggette ad imposta; il concetto appena espresso afferisce a quello di “inerenza” che é proprio dell’iva e che in parte differisce dal concetto di inerenza proprio delle imposte sui redditi. Infatti in ambito iva, il concetto di inerenza deve rispettare due fattispecie:

  • L’inerenza rispetto all’attività esercitata dall’impresa o dal professionista; é il caso delle autovetture, per esempio, dove ex lege l’iva sui relativi costi é detraibile solo in parte, sul presupposto che l’autovettura é solo parzialmente inerente all’attività d’impresa;
  • che a valle siano effettuate operazioni imponibili; infatti nel caso in cui il contribuente eserciti un’attività in tutto o in parte esente da iva, allora a monte potrà detrarre l’iva nella misura in cui siano svolte in tutto o in parte attività anche imponibili (vedi pro rata di detraibilità).

3. il contribuente deve possedere materialmente la fattura o il documento equipollente relativo a quella determinata fattura.

Per cui, devono ricorrere tutti questi presupposti affinché il contribuente possa esercitare il diritto alla detrazione dell’iva.

In un prossimo contributo, sarà trattato il problema riguardante i termini per esercitare il diritto alla detrazione e i termini di registrazione delle fatture.

 

La cooperativa, uno strumento per molti ma non per tutti

Quasi ogni giorno sentiamo parlare di cooperative, qualcuno ne parla quasi come fosse un demone da scacciare e  fonte di tutti i mali dell’economia e della politica italiana, visto che è vero che  qualche scandalo ha ruotato intorno al mondo della cooperazione, altri invece la indicano come la soluzione principe ad un sistema fiscale vessatorio.

Sgombrando il campo da qualsiasi visione ideologica precostituita e da qualsiasi filosofia da bar  e rendendo giustizia ai fatti per quel che sono, è possibile che affermare che la cooperativa è uno strumento flessibile e potente, che va utilizzato però solo quando è possibile parlare anche di cooperazione, ovvero, prendendo spunto da wikipedia,  intendendo per cooperazione “l’azione condivisa di più agenti per il perseguimento di uno scopo”.

Scendendo un po’ più nel dettaglio, per parlare di cooperative come strumento giuridico di tipo societario, dobbiamo scomodare le società lucrative, siano esse di capitali o di persone, per capire quali siano le differenze e le peculiarità fra questi due mondi.

I principi cardine della cooperativa che in qualche modo le rendono peculiari rispetto alle altre forme societarie sono essenzialmente:

  • Lo scopo mutualistico ovvero “ fornire beni e servizi od occasioni di lavoro direttamente ai membri della -organizzazione a condizioni più vantaggiose di quelle che otterrebbero dal  mercato”, che si differenzia evidentemente dallo scopo lucrativo, ovvero remunerare il capitale investito
  • Il “principio della porta aperta” ovvero il fatto che soci possono entrare ed uscire senza particolari vincoli formali e soprattutto senza l’intervento del notaio (con evidenti costi) come avviene nelle altre società;
  • La “democraticità della struttura”, ove nell’organo assembleare vige il principio del voto capitario, ovvero per ogni testa un voto a prescindere dalle quote societarie da ognuno possedute.
  • Il “principio della parità di trattamento” che si esplica nel fatto che “gli aderenti ad una cooperativa si attendono, a parità di apporti, la possibilità di godere di pari benefici e quindi di fruire in pari misura dei servizi mutualistici che la società è chiamata a rendere loro”.

Oltre a queste particolarità, c’è n’è un’altra che passa un po’ in sordina, ma che in alcuni casi può risultare utile ovvero la “riservatezza”; nelle cooperative i soci risultano solamente dal libro dei soci tenuto dalla cooperativa stessa, mentre non risultano pubblicati nel registro delle imprese (Camera di commercio per intenderci) .

Arriviamo ora al nocciolo della questione: Quando conviene utilizzare la forma cooperativa?

In primis, direi, soprattutto in quei casi dove il rapporto fra i soci si fonda sul lavoro e non sul capitale apportato per svolgere una determinata attività; infatti è nel lavoro che lo scopo mutualistico e il principio della parità di trattamento trova la sua massima espressione.

Poi si può utilizzare la cooperativa quando è ragionevole desumere che, dopo aver pagato il lavoro dei soci, non ci siano degli ulteriori utili sociali che altrimenti non potranno essere ripartiti dai soci; già perché gli utili (salvo particolari meccanismi quali i ristorni) debbono essere iscritti fra le riserve indivisibili.

Detto questo occorre evidenziare che alcune forme cooperative (quelle c.d. a mutualità prevalente) godono di particolari agevolazioni fiscali, derivanti proprio dal fatto che non vi è o non vi dovrebbe essere nella cooperativa un fine speculativo.

Tra chi odia e chi ama le cooperative preferisco assumere una posizione neutrale che si addice ad un consulente indipendente e penso che la forma cooperativa deve essere usata solo quando gli intenti non speculativi siano genuini, altrimenti  rischia di diventare un vestito troppo stretto, oppure si presta ad essere utilizzato per fini non proprio edificanti.

Per concludere aggiungo come nota di colore  che la cooperativa è l’unica forma di società tutelata dalla costituzione.

Infatti l’art. 45 recita “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità”.